ANALISI E
DECOSTRUZIONE DEL FILM
The
life of David Gale, thriller politico di Alan Parker del
2003 passato abbastanza inosservato e lì dove è passato è
stato stroncato, è invece un film che
non solo merita più di una visione, ma anche un attenta
analisi. Partiamo dal livello più basso per arrivare
all’enunciazione degli ideali e delle forme più intelligenti
e interessanti del film: la trama, i fatti.
LA TRAMA/I FATTI
David
Gale è un professore di Filosofia del Texas apparentemente
con una vita perfetta (in realtà la moglie lo tradisce a
Barcellona) che è anche un fervente attivista di DeathWatch,
un’organizzazione contro la pena di morte (largamente usata,
nel 2002 metà delle esecuzioni avvenute in America erano in
Texas). E’ sufficiente però lo sbaglio di una notte per
farlo precipitare in un vortice inesorabile. Espulsa, la
(ex)studentessa Berlin lo seduce durante una festa e Gale,
debole e ubriaco, fa sesso con lei. Non conosce il suo
piano: poco dopo David viene accusato di stupro e non
incarcerato soltanto perché Berlin sparisce dalla città
facendo cadere le accuse. Ma è troppo tardi: agli occhi di
tutti, Gale è uno stupratore. La moglie lo lascia e se ne va
con il figlio, il direttore di DeathWatch cerca di
esiliarlo, ormai è troppo politicamente scorretto per poter
esercitare la sua professione. Cade nella voragine
dell’alcolismo, della depressione e della solitudine. Unici
amici, Constance e Dusty, anche loro attivisti di DeathWatch.
Gale scopre esterrefatto che Constance soffre di una grave
malattia, la leucemia, che presto la porterà alla morte.
Stanca e demoralizzata, Constance decidere di mettere fine
alla sua vita, ma organizza un piano con Gale e Dusty per
raggiungere con la sua morte un desiderio: quello di provare
che il sistema giudiziario americano può provocare la morte
di persone innocenti. Un piano che va attuato fino alla
fine: un quasi martire, quindi un innocente mandato sulla
sedia elettrica salvato poco prima non conta (proverebbe che
grazie a Deathwatch il sistema funziona). Deve morire un
innocente per provare non tanto che la pena di morte non sia
giusta (cosa che si riflette nell’opinione e nella coscienza
di ognuno) quanto che grazie a manipolazioni (come quelle
mostrate nel film) o investigazioni-difese insufficienti
(parecchi i casi di avvocati d’ufficio che si addormentano
durante un processo, i numeri percentuali dei meno abbienti
o delle minoranze più facili ad essere condannate a morte e
via dicendo) il sistema può condannare la persona sbagliata.
Ed è esattamente ciò che succede: Constance si suicida
soffocandosi, Dusty e Gale la riprendono con una videocamera
(attenzione: assistere nel senso di “guardare” un suicidio
non ha la stessa valenza di un suicidio assistito –dove si
ha un ruolo passivo o attivo come fornire il mezzo, o
sospendere le cure, quindi un eutanasia che comunque ed
ugualmente non sarebbe punita con la morte) e quest’ultimo
viene accusato di omicidio (complice una difesa volutamente
bislacca, come può effettivamente succedere). Negli ultimi
giorni della sua vita, David assume una giornalista, Bitsey,
alla quale rivelare la storia in maniera da far credere
all’esterno, una volta mostrato il nastro della morte, che
Constance si sia suicidata, Dusty abbia mantenuto il segreto
(com’è successo) e Gale fosse stato incastrato dai due (cosa
non successa, perché Gale era coinvolto nel piano, ma questo
lo saprà solo Bitsey) e sentenziato alla pena di morte
rappresentando il caso voluto dell’innocente giustiziato.
IL CONTENUTO
LA
PENA DI MORTE
- Ciò che ci mostra il film a livello
dietetico è estremamente controverso e politico ma non
l’unico messaggio. Sì, The life of David Gale è un film
contro la pena di morte, che la scredita non sul piano
filosofico o etico (è giusta la pena di morte?), ma su un
piano pratico: la possibilità di errori. Non si avvale
quindi tanto di distruzione dell’idea di pena di morte su
ideali e fatti (primo flashback: le citazioni di Gandhi, il
non essere un deterrente per i crimini; il monologo di
Constance sulla sete di vendetta e l’irraggiungibilità di
essa) ma semplicemente della fallibilità del sistema. Se uno
stato si avvale di una punizione tanto controversa come la
pena di morte, deve essere sostenuta da un sistema
giudiziario perfetto. Incapace di commettere sbagli,
estremamente vigile nelle investigazioni, non influenzabile
da potere, soldi, differenze sociali. Gale dimostra come ciò
possa invece avvenire: è sufficiente camuffare le prove (far
apparire omicidio un suicidio nel film; depistare,
manomettere, distruggere le prove nella realtà), avere un
avvocato incompetente (accade nel film come accade nella
realtà), un colpevole screditato nelle credenziali e della
dignità (Gale nel film; minoranze come poveri, ispanici e
neri, nella realtà) ed ecco che togliamo il diritto di vita
ad un innocente. Il primo assunto del film è pienamente
raggiunto (si è letto spesso di come il metodo sia invece un
paradosso o incoerente: poca attenzione al fatto che
guardare un suicidio non equivale alla “colpa” di un
suicidio assistito né al fatto che nessuno dei due sarebbe
punito con la morte?! Poca capacità realistica nel pensare
che il sistema può essere manomesso? Se David Gale
fosse solo un film contro la pena di morte, bastava
un caso come una moglie vendicativa che uccide il marito
facendo ricadere la colpa –manomettendo, camuffando le
prove- sull’amante, giustiziando così un innocente).
Ma,
come accennato, nel film c’è molto altro. Ed è quell’altro
che è il vero messaggio del film.
L’IDEALISMO
- Quel piano filosofico ed etico lasciato in disparte
per la pena di morte, viene recuperato ed utilizzato a piene
mani per la vera spina dorsale del film. Ovvero: l’ideale.
La persecuzione di un ideale, raggiungere un desiderio, fare
di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi. Il vero
assunto di The life of David Gale è quanto siamo disposti a
lottare per un ideale, e soprattutto quanto sia giusto
lottare per quell’ideale. Siamo disposti a sacrificarci per
esso? Il fine giustifica i mezzi? Sono queste due le domande
simbolo del film. Gale, Constance, Dusty, sono tutti
personaggi profondamente umani e coraggiosi, che arrivano a
sacrificare tutto per un ideale. E’ proprio Gale all’inizio
del film che ce lo dice in faccia: quello che conta è vivere
per un idea, per una causa. L’umanità e la bellezza di
questi personaggi rappresenta la parte più emozionante della
storia. E’ una lotta antica quanta l’umanità, difficile più
che mai. Il coraggio e il sacrificio. Constance, David,
Dusty: persone coraggiose e disposte al sacrificio per un
qualcosa di enormemente più grande di loro.
E
ancora. Il coraggio e il sacrificio, sì, ma quando usarli?
Quando è giusto e quando sbagliato? Dove scatta la
differenza tra dedizione per una causa e il fanatismo?
Sono questi personaggi coraggiosi o solo degli
ossessionati, pronti a commettere addirittura un suicidio, a
farsi giustiziare, ad assistere alla morte dei più cari
amici senza muovere un dito? E’ un punto tanto controverso e
ambiguo. David Gale ci parla sì di persone idealistiche, ma
anche di quanto estremo possa essere un desiderio e la
voglia di raggiungerlo. E non si pone a favore di nessuno:
allo spettatore spetta il compito di rispondere in base al
proprio pensiero. Un film che è quindi anche stimolante e un
cantiere di riflessioni.
E qui
sta inoltre la bellissima metafora persistente nel film: la
Turandot di Puccini. Viene utilizzata per il personaggio di
Dusty, che ne ascolta la musica e poi vede la
rappresentazione a teatro: il momento scelto è uno preciso,
l’uccisione di Liù. Liù si sacrifica, si uccide in nome
dell’amore, quando le viene chiesto il nome dell’amato che
ha svelato gli enigmi di Turandot. Pur di non rivelare quel
nome (quindi una Bitsey che si porta i segreti nella tomba,
Gale, Dusty e Contastance che non rivelano la verità sul
suicidio) sacrifica sé stessa. Una morte in nome di un
ideale.
LA FORMA
IL
THRILLER
– Un film che è quindi ricco di messaggi e contenuti, ma che
utilizza una forma precisa per raccontarli. Il genere. Sulle
prime, non un film di denuncia, ma un thriller, con colpi di
scena, inseguimenti, rivelazioni del caso. Tutto quello che
ci si aspetta, la tensione, la suspence, lo sgocciolamento
degli eventi. Ma ancora una volta, bisogna fare un passo
avanti. David Gale è un film dalle apparenze: in apparenza è
un film contro la pena di morte che in realtà parla
dell’idealismo e del fanatismo, come è un thriller che in
realtà gioca e piega a suo favore i meccanismi del genere.
La
dualità della trama viene riutilizzata a proprio favore: il
procedere della narrazione e gli accorgimenti usati puntano
tutti a far credere allo spettatore di vedere un film su un
“Chi?”, ovvero a scoprire se Gale ha o non ha ucciso
Constance. Un thriller nella sua semplicità. Tutti gli
elementi sono quindi volti a rispondere a questa domanda. Il
personaggio di Bitsey è l’occhio dello spettatore, è il
personaggio cardine del thriller che non sa di essere
utilizzato per raccontare una storia su ben altro. Si
presenta con sicurezza: Gale, se è nel braccio della morte,
ha ucciso Constance. Gale ci racconta il primo fatto: non ha
stuprato Berlin. Ci racconta la sua umanità: la spirale di
distruzione, la mancanza del figlio (dopotutto David Gale è
anche la storia di un uomo). I primi dubbi salgono: Gale è
stato incastrato. Fino all’emozione e al coinvolgimento
finali. Bitsey rappresenta l’evoluzione dello spettatore,
che da certo della colpevolezza, dal dubbio, dalla
rivelazione parziale (il suicidio) passa alla sorpresa e
allo sconvolgimento della rivelazione finale (Gale è
coinvolto).
L’apertura del film con la corsa di Bitsey è l’espediente
della macchina guasta è il più lampante. A prima vista, è la
corsa adrenalinica verso la salvezza di un uomo, è
l’imprevisto che riduce la possibilità di tale salvezza,
contribuendo a far crescere la tensione dell’attesa. Fino a
quel punto, tutto è costruito in modo da essere un thriller
con suspence e una storia contro la pena di morte, per poi
risultare alla fine un thriller con il colpo di scena finale
che riassesta alla storia tutta un’altra prospettiva
ulteriore. Capiremo che la macchina non si guasta per motivi
di adesione al genere, ma per farci credere che Bitsey non
riesce a salvare Gale solo per un imprevisto. Con l’ultima
scena, capiremo che con o senza macchina, Bitsey non era
predisposta a salvarlo fin dal principio. Come Gale mente a
Bitsey sul suo coinvolgimento, facendoci credere di essere
stato incastrato, il film mente a noi, facendoci credere di
assistere ad un thriller con i meccanismi del genere (le
premesse, i retroscena, l’investigazione, la rivelazione) e
ad un film contro la pena di morte. La concatenazione degli
eventi non è casuale, ma ben congeniata: segue un percorso
preciso, inganna lo spettatore, lo incuriosisce, lo fa
attendere, lo fa ipotizzare, gli dà ragione, per poi
rivelare la (diversa) verità.
The
life of David Gale, oltre ad essere un film egregiamente
recitato, con delle emozionanti musiche, una regia ottima
(anche se a volte carente di sguardi e di movimenti, ma
voluta nella sua semplicità per raccontare tanta ricchezza)
è quindi un film intelligente: unisce la suspence e
l’adrenalina del thriller, a un contenuto morale, etico e
sfaccettato, e stuzzica la mente per quello che racconta e
come lo racconta. E’ un film con un costruzione complessa,
dotato di numerosi livelli di forma e di significazione, che
si presta ai più disparati livelli di lettura.
Claudia Scopino
|